Massimo Aquilante: Il ruolo delle religioni nella sfera pubblica

Il cardinale Angelo Bagnasco lo scorso 22 marzo è intervenuto nel dibattito elettorale, prima dando implicite indicazioni di voto all'”elettorato cattolico”, puntando il dito contro l'aborto, e il giorno seguente – in una nota diffusa dai vescovi liguri –, ribadendo i valori sociali senza dimenticare l'accoglienza agli immigrati. Abbiamo chiesto al pastore Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), una valutazione su questi interventi.

Presidente Aquilante, che valutazione dà alla strategia della CEI messa in atto a pochi giorni dal voto delle regionali?

Il cardinale Bagnasco ripropone lo schema tradizionale secondo il quale le scelte etiche discendono organicamente dalle posizioni dogmatiche e la chiesa è garante e gestore delle une e delle altre. In forza di questa sua funzione di magistero sovrano, la chiesa – ovviamente si intende quella cattolica – poi pretende di intervenire direttamente nell’arena politica. Se questo intervento risulta “pesante” e non condivisibile in tempi normali, ancora di più lo è in tempo di campagna elettorale: in democrazia, infatti, il voto è quanto di più personale e individuale possa esserci.

Eppure la stragrande maggioranza dei politici non vede in questo atteggiamento nulla di cui preoccuparsi. Qual è la sua opinione?

Si fa leva sul fatto che il cattolicesimo rappresenta e praticamente incarna la “cultura” degli italiani: il cemento culturale dell’Italia è dato dal cristianesimo nella sua versione cattolico romana. La maggioranza dei politici adotta oggi questa tesi e ne fa il criterio ispiratore per leggi e provvedimenti nazionali e locali che riguardano la convivenza civile dei cittadini; penso al crocifisso, alle questioni eticamente sensibili, alla concessione delle licenze per i luoghi di culto.

E’ vero che l’Italia è un paese a “cultura cattolica”. Il punto, quindi, non è discutere in astratto rivendicando magari delle “zone franche”: se parliamo di “cultura”, di modo di essere, naturalmente parliamo di noi tutti che respiriamo una certa aria, non soltanto di quegli italiani che si confessano cattolici. Il punto è valutarne gli effetti. Mi spiego meglio.

Se Dio è presente nella vita quotidiana di una persona solo attraverso un legame deterministico con le azioni che quella persona deve o non deve compiere, allora Dio non è più il Dio della libera grazia in Gesù Cristo, ma è il Dio di un “sistema del sacro”. Ecco perché nella cultura italiana è così difficile “conversare” di Dio: Dio è concepito “a parte”, lontano, avvolto nel mistero.

Se la fede diventa realtà nelle cose di tutti i giorni solo attraverso una trasposizione sul piano dell’etica, allora essa non è più adesione a una “buona notizia” che ci raggiunge dall’esterno come annuncio, ma è adesione a delle norme comportamentali. Ecco perché nella cultura italiana non si riesce a concepire che possa esserci un “credente laico”.

Se il rapporto con Dio è visto solo attraverso la mediazione di un apparato gerarchico-sacramentale, è chiaro che tale rapporto non produrrà libertà e responsabilità individuali. Ecco perché nella cultura italiana è così radicata l’abitudine alla delega, che poi diventa assenza di senso dello Stato, ripiegamento sul “particulare”, con tutto quello che ne può conseguire.

Qual è il ruolo che le fedi religiose possono e devono svolgere nella sfera pubblica?

E’ perfettamente condivisibile che i credenti e le comunità di fede facciano sentire i loro punti di vista sulle questioni riguardanti le decisioni etiche, i diritti degli individui, il “bene della città”, la “società giusta”. La fede ha rilevanza politica. I fatti ormai obbligano a lasciarsi dietro le spalle quella concezione per la quale uno Stato è tanto più laico quanto più restringe lo spazio pubblico per la religione e relega le posizioni di fede nella sfera personale. Ma appunto questo dato, che emerge dalle cose, consegna alla politica una grande responsabilità: quella di organizzare lo spazio pubblico in modo che tutti i soggetti possano prendere parte al dibattito e contribuire alla decisione democratica. In questo la politica si fa laica: non ricorrendo aprioristicamente al “cemento culturale” italiano.

E la chiesa cattolica accetti di condurre il dibattito pariteticamente, in quanto portatrice di una teologia e di una visione etica che sono senz’altro più arricchenti per tutti se spese nel confronto con altre comunità di fede, che hanno la loro teologia e i loro orientamenti etici, e con gli altri soggetti.

Agli italiani auguro che sappiano scrollarsi di dosso la cultura del conformarsi al “presente secolo malvagio”, per usare un’espressione dell’apostolo Paolo. Siamo tutti chiamati a un serio esame di coscienza per recuperare quella libertà che spinge alla responsabile assunzione del compito civile.  (NEV, 24 marzo 2010 )