Primo Piano
Robert Gribben: per un dialogo che comprenda l’intera ecumene cristiana
a cura di Luca Baratto
Tra la fine di gennaio e
l’inizio di febbraio è stato a Roma il pastore metodista
australiano Robert Gribben,
responsabile del Comitato per l’ecumenismo del Consiglio mondiale metodista (CMM). Gribben ha partecipato alle riunioni del Comitato del
Global Christian Forum (http://www.globalchristianforum.org/) svoltosi recentemente con il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Durante
una sua visita agli uffici della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) gli abbiamo rivolto alcune domande.
Quali sono i temi che avete discusso nel corso del Comitato del Global Christian Forum?
Negli incontri di questi giorni abbiamo iniziato a definire il programma dei prossimi tre anni del Global Christian Forum (GCF). Un triennio è il
massimo della nostra progettazione per una struttura che vogliamo mantenere agile e al servizio di chi crede nella sua utilità per il dialogo
ecumenico di oggi. Il GCF è infatti nato con l’intento di creare uno spazio d’incontro che potesse coinvolgere anche quelle chiese che fino ad
oggi non hanno mostrato interesse nel dialogo tra cristiani di diverse confessioni, come per esempio le chiese pentecostali e i movimenti
evangelicali. I pentecostali da soli oggi rappresentano circa un quarto di tutti i cristiani del pianeta: è evidente che senza di loro il dialogo
ecumenico sarebbe monco e non comprenderebbe affatto l’intera ecumene cristiana!
Questo coinvolgimento si è effettivamente verificato oppure no?
Posso affermare di sì. Strutture ecumeniche come il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) hanno svolto e svolgono un ruolo
importantissimo ma hanno un carattere giudicato troppo istituzionale e rigido da parte delle “nuove chiese”. Al GCF di Manado (Indonesia)
dello scorso settembre, invece, la metà dei partecipanti erano evangelicali e pentecostali, anche con una rappresentanza italiana della
Federazione delle chiese pentecostali (FCP). Questo successo penso abbia due ragioni. La prima è che i pentecostali sono nati ormai cento
anni fa ed hanno maturato la coscienza di essere non solo delle entità spirituali, ma anche storiche. Sentono quindi il bisogno di confrontarsi
con le “vecchie chiese” per capire come queste ultime hanno affrontato certi problemi – per esempio, i conflitti generazionali – che loro si
trovano oggi a dover affrontare per la prima volta. Il secondo motivo è il carattere “esperienziale” che abbiamo dato ai nostri incontri. Vogliamo
che i partecipanti raccontino di sé e condividano la loro esperienza con gli altri. Anche questa mi sembra un’esigenza sentita dalle chiese e
fino ad oggi non sufficientemente esaudita.
Questo approccio “esperienziale” non rischia di lasciare fuori i nodi fondamentali del dibattito ecumenico moderno e scadere in
una sorta di “buonismo” senza effetti al livello istituzionale delle chiese?
Quello che il GCF si prefigge è di creare un’atmosfera di fraternità e di ascolto che favorisca la conoscenza e il rispetto reciproco tra cristiani
che confessano lo stesso Dio ma non sanno parlarsi tra di loro. Personalmente ho assistito al dialogo tra un vescovo cattolico sudamericano
e un pastore pentecostale asiatico alla fine del quale, dopo aver ascoltato le reciproche esperienze, il prelato cattolico ha pregato così:
Signore perdona la mia chiesa per tutti gli ostacoli che ha frapposto sulla via di questo credente. Certo, da un punto di vista istituzionale
magari questa affermazione non avrà gran peso, ma intanto i fedeli delle diverse chiese diventano più consapevoli gli uni degli altri. Su questa
strada vorremmo ora arrivare a un secondo passo: chiedere a ognuno di pensare al proprio essere cristiano in relazione alla presenza delle
altre chiese. Come mi penso io, pentecostale o riformato, in relazione alla presenza della chiesa cattolica o di quella metodista? Cosa vedo
di positivo nell’altro e come posso camminare insieme a lui? Non credo che questo sia “buonismo”. Il nostro obbiettivo è coinvolgere chi è
sempre rimasto ai margini del dialogo ecumenico e offrire una struttura che sappia rappresentare la realtà attuale del cristianesimo. E’ anche
per questo – per il fatto che oggi la grande maggioranza dei cristiani si trova nel Sud del mondo – che fino ad ora il GCF si è tenuto prima in
Africa e poi in Asia.
Lei è anche il responsabile della Commissione per l’ecumenismo del Consiglio metodista mondiale. A questo livello più
istituzionale qual è la “strategia” ecumenica del metodismo?
Certamente il dialogo ecumenico istituzionale richiede un approccio diverso, in qualche modo più rigido rispetto agli schemi del GCF. In esso,
per esempio, il dialogo teologico ha un rilievo imprescindibile. Tuttavia, come metodisti abbiamo un approccio piuttosto pragmatico orientato
alla ricerca del “possibile” piuttosto che dell’ideale. Questo deriva anche dalla grande varietà di strutture che esiste nella stessa famiglia
metodista con chiese che non hanno vescovi, come in Gran Bretagna, ad altre che sono episcopali, come negli Stati Uniti. Dopo il Concilio
Vaticano II sono subito iniziati i contatti e i dialoghi con la chiesa cattolico romana. Si sono aggiunti poi quelli con gli anglicani e con
l’Esercito della salvezza. Per quel che riguarda le chiese pentecostali, bisogna ricordare che quel movimento è nato cento anni fa in una
chiesa metodista americana e che all’epoca di Wesley, il fondatore del movimento metodista, gli episodi di glossolalia – il parlare in lingue
tipico dell’esperienza pentecostale – erano frequenti, anche se Wesley non ne era molto contento! Insomma, come metodisti vogliamo
essere una chiesa in dialogo.